La cucina della buona Terra

la cucina della buona terraIn occasione del Barilla Forum 2016 (organizzato dal Barilla Center for Food and Nutrition) a Milano ho avuto l’occasione di incontrare al banchetto dei libri in vendita una persona che per me è una STAR: Lisa Casali, pensatrice del blog ecocucina. Dopo essermi fatta coraggio le ho chiesto un consiglio su che libro comprare e lei molto gentilmente mi ha indicato: La cucina della Buona Terra di Dan Barber. Ovviamente mi sono fidata di lei (anche perché non potevo fare altro visto che ormai se non lo compravo non facevo esattamente un figurone) e mi sono buttata a capofitto tra pagine del libro. Dan Barber è lo chef del blue hill di new york: un ristorante con un valore aggiunto, perché cucina solo prodotti provenienti dalla fattoria circostante. Non è sempre stato così: questa scelta infatti scaturisce dal suo personale viaggio (durato dieci anni) alla scoperta dei prodotti che rendono unici i suoi piatti e dalla loro storia. Con questi racconti/esperienze ci mette a conoscenza e ci spiega  un percorso più ampio, quello del cambiamento radicale che l’industrializzazione ha portato nel mondo del cibo, spazzando via sapori e tradizioni in favore di un unico grande mantra: LA RESA PIU’ ALTA POSSIBILE QUI E ORA. Quello che mi ha colpito tantissimo, oltre al fatto che la lettura è molto piacevole (non è un classico mappazzone che tra un capitolo e l’altro fai in tempo a vedere i figli prendere la patente) è che mi ha aperto gli occhi su tantissimi aspetti dell’industria alimentare su cui non mi ero mai soffermata, in primo luogo la grande responsabilità che hanno gli chef nel mondo del cibo e della sua sostenibilità: questi ultimi infatti sono messaggeri inconsapevoli (o consapevoli nel caso di Dan Barber) di temi che poi nelle nostre case si ripropongono. Un piccolo esempio? Il pesce! Nei ristoranti (e quindi gli chef) ti propongono tonno-salmone-branzino-pesce spada, tu vai in pescheria e chiedi tonno-salmone-branzino-pesce spada perché l’hai assaggiato al ristorante e ti è piaciuto: non chiedi il pagello, il sugarello, la palamita…E nel mentre gli stock ittici chiedono pietà. Questo perché chi produce, lo fa sempre in base alla domanda del mercato: non in base a quello che è la reale disponibilità. Questa è l’ideologia centrale da cui lo scrittore/chef cerca di discostarsi (e non è facile visto che veniamo dall’idea che “il cliente ha sempre ragione”) e da cui ci mette in guardia, perché insostenibile a lungo termine (non poi così lungo, visto che già stiamo pagando). In un mondo in cui tutto corre alla velocità della luce la natura non può seguirci in questi ritmi: ci costringe a rallentare, ma se abbiamo la pazienza di assecondarla ci protegge e ci mantiene in salute. La figata è che non dobbiamo tornare alla vita dei nostri nonni, perché la scienza e l’incredibile progresso della tecnologia è dalla nostra parte: ma queste armi vanno messe a disposizione della Natura, non per cercare di fregarla. Questo libro è stato per me l’accendersi di tante lampadine, spero che, se seguirete il mio consiglio e lo leggerete, possa essere anche per voi l’aprirsi di tante finestrelle: come quando vedi davvero una cosa che avevi sotto gli occhi da tanto tempo ma non ti eri mai soffermato a guardarla per davvero.

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